Un centinaio di genitori riuniti a pochi giorni dall’inizio delle lezioni per parlare dell’anno scolastico che sta per cominciare. Ma non di un anno qualsiasi: il primo delle scuole superiori. Abbiamo chiesto loro come si sentono, attraverso un sondaggio live e anonimo, e le risposte si sono collocate ai poli opposti: “felici” e “impauriti”, la stessa polarizzazione che vediamo ogni anno nei genitori degli studenti della terza media quando chiediamo loro di pensare al primo anno delle superiori. Paura e felicità, due emozioni che a questo punto possiamo quasi universalizzare al vissuto dei genitori degli studenti.
“Ma cosa c’è da essere felici?”, verrebbe da chiedere. E infatti lo chiediamo e ci sentiamo rispondere quello che tutti possiamo immaginare: l’ebbrezza della nuova esperienza, della novità che oltre alle incognite porta con sé inevitabile speranza e un pizzico di fiducia.
“Ma di cosa avete paura?”, anche questo chiediamo, anzi ne chiediamo traccia scritta con un altro sondaggio anonimo attraverso l’uso dello smartphone e una piattaforma di sondaggistica online. Leggiamo le risposte, alcune più sintetiche altre si dilungano, alcune ironiche altre intense ma la maggior parte esprimono un concetto netto: “come faccio a capire come sta, ad essere di aiuto ma senza invadere il suo spazio?”.
Rispondiamo alla loro richiesta, con un senso di profonda tenerezza verso questi genitori e verso tutti quelli che non sono lì seduti e che vorrebbero esserci ma sono trattenuti al lavoro, o che non vorrebbero esserci semplicemente perché non sanno che esiste uno spazio per quello che sentiamo nel vedere crescere i nostri giovani, e che abbiamo diritto di prendercelo. Rispondiamo con una metafora: “quando i nostri figli nascono a noi genitori viene dato un telecomando pieno di tasti, con mille funzioni: il tasto per “adesso basta”, per “andiamo al parco”, quello per “finisci tutta la minestra altrimenti niente tv (ipad)”, ecc… Un telecomando che ci fa sentire di avere un controllo e di poter agire in ogni momento (quasi) per il loro bene. Poi loro crescono e comincia l’asilo, la scuola elementare, le medie e così via e il telecomando perde tasti, perde funzioni, esercitare il nostro controllo diventa sempre più difficile, premiamo tasti che non funzionano più: “non mangiare queste schifezze che ti fanno male”, ma loro le mangiano comunque; “oggi non esci perché devi studiare”, ma loro escono comunque; “esci un po’ invece di stare a giocare ai videogiochi”, ma loro videogiocano comunque, ecc…
Così concentrati sul nostro telecomando, e sulla nostra paura di perdere il controllo, non ci rendiamo conto che i tasti che mancano e non funzionano non sono persi o rotti ma sono stati “trasferiti”, li hanno presi loro, i nostri ragazzi e ragazze. Attraverso quello che la psicologia chiama processo di separazione e individuazione stanno diventando altro da noi in modo sempre più “altro”, ma lo fanno in stretta connessione con quello che hanno imparato da noi.
E allora la risposta alla domanda “come faccio ad essere d’aiuto senza invadere” è tanto semplice quanto faticosa: osservando senza intervenire, ascoltando senza commentare (e se proprio non riusciamo a trattenerci dal commentare… commentando senza giudicare). L’inizio delle scuole superiori, ma in generale l’inizio di qualsiasi nuovo ciclo scolastico, è l’inizio di un viaggio trasformativo della persona dove i voti presi in compiti ed interrogazioni non sono una valutazione della qualità del viaggio ma al limite una delle tante informazioni per capire se e come aggiornare il percorso per renderlo più funzionale alla nostra meta. In questo viaggio il ruolo del genitore è quello di fare progressivamente un piccolo passo indietro ogni giorno ma, rimanendo in osservazione costante, attenta, per ammirare come l’altro (nostro figlio, nostra figlia) sia in grado di rispondere alle richieste, di sfruttare le proprie competenze per risolvere i problemi che la scuola, e questo è il suo grande pregio, ha predisposto in modo misurato allo sviluppo evolutivo della persona. “E se non dovesse farcela?” è la domanda che qualcuno particolarmente preoccupato ci pone sul finale, “se dovesse avere tutte insufficienze?”, “se venisse bocciato/a?”.
Se non dovesse farcela si troverà a conoscere l’altra faccia dell’autonomia ovvero la capacità/necessità di chiedere aiuto, una capacità fondamentale per diventare grandi, una capacità che possiamo sviluppare solo facendo esperienza di fallimento e quindi grazie ad adulti abbastanza non invadenti da lasciarci vivere quel fallimento ma allo stesso tempo abbastanza attenti da farsi trovare lì pronti ad aiutare se richiesto. Un aiuto che non avrà più bisogno del telecomando, perché la scoperta più gratificante per un “genitore sufficientemente adeguato” (per parafrasare Winnicott) è quello di scoprire che tutto quello che abbiamo fatto (e soprattutto che non abbiamo fatto) è stato capitalizzato dai nostri figli per diventare quello che devono e soprattutto quello che vogliono diventare, indipendentemente dalla nostra volontà e dai nostri desideri di genitori.
Buon inizio di anno scolastico a tutti e buon “passo indietro”.

