È successo due volte, a distanza di pochi giorni l’una dall’altra, in due diverse scuole con cui ogni anno collaboriamo per progettare e condurre attività di orientamento: due docenti ci hanno fermato al termine dei nostri interventi per chiedere un confronto. Eravamo alla fine dell’anno scolastico e i primi scrutini sarebbero cominciati l’indomani.
Entrambi i docenti erano coordinatori di due classi quinte del secondo grado. Pensosi, ci hanno confidato la loro difficoltà all’idea di dover affrontare nei giorni seguenti le situazioni di due studenti che, nel corso dell’anno, avevano fatto poco, troppo poco per poter guadagnare con disinvoltura l’ammissione all’esame di maturità.
Quello che frustrava i docenti era il fatto che entrambi presentassero fragilità importanti, intorno alle quali la scuola si era impegnata nel corso degli anni a fornire supporto adeguato, con risposte non altrettanto impegnate da parte degli interessati.
“Abbiamo fatto veramente molto per aiutarlo e la sensazione è che si sia un po’ approfittato di questa disponibilità. La decisione giusta sarebbe una non ammissione, ma così sembra di fare un torto anche a noi docenti, a tutti gli sforzi che come scuola abbiamo fatto per lui”.
Decidere se ammettere o meno uno studente all’esame di maturità non è una scelta che si può prendere con leggerezza. Il contributo all’orientamento che forniamo alle scuole in cui lavoriamo rappresenta, in questo senso, uno spazio di confronto importante per dirigenti e consigli di classe che si trovano a prendere decisioni complesse a fine anno scolastico.
Così è stato anche nel caso di questi due studenti. In modo indiretto, il confronto ha richiamato alcuni elementi della teoria di Donald Super, in particolare l’idea che le persone attraversino ruoli e fasi di vita che interagiscono tra loro. Super elaborò la sua teoria negli anni Settanta del secolo scorso e oggi necessita sicuramente di una rilettura alla luce dei cambiamenti nel nostro modo di vivere. Tuttavia, il suo concetto di “ruolo” e di “fase di vita” ha guidato il suggerimento che noi orientatori abbiamo voluto condividere con i docenti in vista degli imminenti scrutini, invitandoli a pensare ai loro studenti all’interno di un ciclo, quello dello “studente delle scuole superiori”, che deve essere completato nella sua funzione evolutiva prima di fare spazio a quello successivo.
Nel concreto, abbiamo invitato il consiglio di classe a pensare alle situazioni particolari dei loro studenti provando a rispondere a questa domanda: quali elementi ci permettono di valutare la prontezza di questa persona ad attraversare la transizione successiva, tenendo conto della sua storia scolastica, delle risorse disponibili, dei vincoli presenti e dei supporti che possono rendere praticabile il passaggio?
Non si trattava, quindi, di stabilire in astratto se il ciclo dello “studente delle scuole superiori” fosse concluso o meno, ma di chiedersi se la permanenza in quel ruolo potesse ancora produrre valore educativo oppure se fosse più utile accompagnare la persona verso una fase successiva: come studente universitario, lavoratore, partecipante a un percorso formativo o in un’altra forma di transizione.
Il ciclo di “studente delle superiori” ha sicuramente un inizio e una fine formale, che possiamo considerare l’iscrizione e l’esame finale, ma queste non sempre coincidono con l’inizio e la fine psicologica, emotiva e sociale del ciclo. A volte nelle nostre aule vediamo studenti che arrivano al diploma ma non hanno ancora completato la loro fase “da studente”, al punto che non si sentono pronti per quello che li aspetta dopo. In altri casi, invece, si incontrano studenti per i quali l’esperienza scolastica sembra non riuscire più a svolgere pienamente una funzione evolutiva, mentre emergono interessi, bisogni o forme di ingaggio più vicine ad altri contesti di apprendimento e di lavoro.
Per questo, stabilire se uno studente ha completato il suo ciclo non è facile. Non ci sono numeri, voti, grafici che ci permettono di dirlo con certezza. Quello che serve è conoscere la storia della persona e leggerne l’evoluzione oltre i confini dell’organizzazione che rappresentiamo.
Questo i docenti sono in grado di farlo, a maggior ragione dopo un percorso di cinque anni, e sanno che in questi casi una non ammissione, pur potendo risultare coerente con il rendimento, rischia di non produrre un valore educativo, formativo o orientativo proporzionato, se non è collegata a una reale possibilità di rilancio del percorso.
Di questa riflessione condivisa i docenti dei due studenti di quinta ci hanno ringraziato, ma noi sappiamo che il vero ringraziamento andrebbe fatto all’orientamento, al suo insieme di costrutti, teorie e strumenti che permettono ogni giorno di vedere le persone da un altro punto di vista.
L’orientamento a scuola può rappresentare una risorsa importante per integrare gli strumenti con cui ogni giorno docenti e dirigenti devono prendere decisioni importanti per la vita degli studenti, mettendo a disposizione una prospettiva di analisi capace di leggere la persona dentro una traiettoria evolutiva, in relazione ai contesti attraversati, alle opportunità disponibili, ai vincoli presenti e ai passaggi successivi da rendere praticabili.
Nel concreto, abbiamo invitato il consiglio di classe a pensare alle situazioni particolari dei loro studenti provando a rispondere a questa domanda: quali elementi ci permettono di valutare la prontezza di questa persona ad attraversare la transizione successiva, tenendo conto della sua storia scolastica, delle risorse disponibili, dei vincoli presenti e dei supporti che possono rendere praticabile il passaggio?
Non si trattava, quindi, di stabilire in astratto se il ciclo dello “studente delle scuole superiori” fosse concluso o meno, ma di chiedersi se la permanenza in quel ruolo potesse ancora produrre valore educativo oppure se fosse più utile accompagnare la persona verso una fase successiva: come studente universitario, lavoratore, partecipante a un percorso formativo o in un’altra forma di transizione.